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mercoledì, 04 marzo 2009

A bruciapelo sorge il nuovo sole
impallida la notte furibonda
accesa da lucciole d’ansia
devastanti memorie d’estasi.

A bruciapelo il tuo corpo sul mio
in queste notti di schiva pena
tu, nell’insonnia, mutevole Tanit
muti faccia, il fuoco in brina.

A bruciapelo, tu.
A malapena, io.


Postato da: Anje a 00:13 | link | commenti (28)

giovedì, 19 febbraio 2009

Non ho bisogno di mangiare, non ho bisogno di respirare
la tua figura...fuoco della mia contemplazione apnea
è linfa grezza e pure pietra lavorata dal sacro
nell’inconsulta bellezza di un caso pieno d’albe
una stretta di mano che non mi spiegò il tuo nome
ma l’indicibile vastità che conteneva
il tuo nome… guanto tessuto dalle lunghezze dei venti
dalla saggezza delle api.

Amarti e odiarti è un gioco tossico senza fine
torrente gelido che vivifica
torrente violento che travolge.
Ti bacio e poi t’insulto
ti cerco e  poi ti caccio
amore mio
con la presunzione che tu mi segua
dalle colonne d’Ercole ai lontani mondi sconosciuti

vieni con me, resta con me
a graffiare le porte dell’infinito
da un estremo al suo opposto
un gioco tossico senza fine amarti e odiarti

lasciami al tuo fianco
l’immenso è troppo per un corpo solo.


Postato da: Anje a 21:11 | link | commenti (5)

martedì, 03 febbraio 2009

Non ti possiedo
Non ti pretendo


Tu semplicemente m’appartieni




Postato da: Anje a 01:49 | link | commenti (14)

lunedì, 19 gennaio 2009

Ogni giorno annuso il sentiero folle delle mie mani
un volo airone in corse celesti senza ombre
aprono i venti con squarci febbrili
un mosè tra i cieli, criminale in terra
palmi bambini greti secchi negl’inverni estivi
tesi e gentili nelle languide mattine dei tiepidi soli

Parlo coi labbri morsi dai vuoti di conchiglia
le mie mani son la scena madre
di questo volo straziante sull’attimo
che scivola nell’unico eterno concesso
rovinoso tramontare
il sempre di adesso.


Postato da: Anje a 00:30 | link | commenti (22)

lunedì, 05 gennaio 2009

DENTRO E FUORI ME


bruciare all’inferno nel paradiso

ingoiare il buio di infinite lune nuove

tessere i tuoi nei in lingue cieche sconosciute

bagnarmi fuori e saettare dentro


E’ questo

accarezzarti dal mento al ventre

dal vento alle fiamme

l'implosione tra le gambe

























Postato da: Anje a 15:20 | link | commenti (13)

mercoledì, 31 dicembre 2008

Un tempo gli avvoltoi volavano alti sulle loro prede moribonde, cimentandosi in ampi - e via via sempre più stretti - girotondi eccitati. Certamente discutibile il loro volo di festa dal punto di vista del civil/compassionevole, ma dopotutto e prima di tutto quella danza altro non era che un rituale estatico. Che l’oggetto delle loro brame fosse un mero pasto non sminuiva di una virgola la bellezza vorace del desiderio vibrante in loro. La natura partoriva e divorava se stessa, in pace, poiché nessuna delle sue creature ha mai preteso di esser nel giusto. La sopravvivenza non si traduceva in guerra; la vita era un istinto così come lo erano l’amore e la fame.
Questo, prima dell’uomo.
Prima che l’avvoltoio scendesse in terra e prendesse sembianze umane.
Ecco, l’uomo medio civilizzato, benestante e mediamente acculturato. Mediamente soddisfatto e mediamente raccomandato. Mediamente puntuale e religioso. Mediamente sposato, ma molto divorziato. Mediamente vacanziero e molto poco viaggiatore. Mediamente vacillante nel punto morto fra destra e sinistra. Simpatico quanto un improvviso dito medio nel c..osiddetto. Mediamente.
L’uomo medio sopraccitato è un essere eccitato da una sovrabbondanza di immagini propriamente dette e non. Ed è nel prefisso sovr- che il suddetto cessa di essere naturale. Imponendo il suo dominio, generando perciò fenomeni di disequilibrio, esso crea i presupposti - e gli opposti - del bene e del male. Crea il paradiso e crea l’inferno, crea cioè ciò che la natura non si è mai preoccupata di discernere.
L’avvoltoio fatto uomo è un essere predatore quotidianamente a caccia. Non gli bastano cibo e amore. Egli desidera molto più di questo. Desidera che il suo corpo divoratore propaghi se stesso in estensioni dette prodotti. Arraffa in grande quantità pezzi di vita qua e là, adagiandosi sul concetto di relativismo per (non) spiegarsi la direzione della sua esistenza, per disporre di una prova, seppur ambigua, della sua imprescindibile presenza.
L’uomo medio sciacalla pezzi di cielo sul fare del tramonto, ruba sorrisi bambini in corsa tra i piccioni; sequestra i passanti pensierosi davanti ai monumenti storici, stona le notti brave con un ghigno criminale. Egli prende cose per farne altre, stringe per mostrare, senza rendersi conto di quanto sia drammaticamente insufficiente apporre il proprio nome su un oggetto, su un sampietrino delle strade centrali, su un’istantanea di tempo per poter dire di aver posseduto qualcosa realmente.
Egli, mediamente determinato e cocciuto, riuscirà pure ad entrare in un anfratto della sua numerosa vita, ma sarà violenza, stupro di una piccola bellezza casuale, come ogni volta che ci si accinge al possesso senza lasciare che sia la poesia, o come preferisco dire io prosaicamente - e non romanticamente - un atto d’amore.
Perchè nemmeno si può odiare decentemente senza amare dannatamente qualcos'altro.
Cielo e terra si son capovolti. Tanto tempo fa.


Postato da: Anje a 00:19 | link | commenti (6)

domenica, 28 dicembre 2008

Tchaikovsky si distende sulle terre ghiacciate
il mantello senza volto della notte
dopo il giorno di congedo
è quel soldato bardato nemico d’inverno
sulla strada del ritorno stanca la gioia
frenesia selvaggia la quiete

ti prendo in pace stagione futura maggio funesto
gli stormi sorvolano dall’altezza del cielo
un presagio oscuro inscritto nel ventre
di un Isacco immolato sulla pietra rovente.
Natale al petrolio, la vita stipata nel borsello
il gallo castrato in saldo al mercato

un galeone fradicio, l’albero maestro senza rotta
e le vele navigano verso lontane
navate aeree senza porte né altari
colombe pazze che dicono dervisci
i corvi son muse sulla spalla
le loro beccate pegni d’amor cortese.

Dici facciamo l’amore al salice piangente
ed io ti sfido a duello, ti sfido adesso.
Fendenti in danza, morirò col sangue al fianco
tracciando ali d’angelo vermiglio nella neve fresca.
Tu m’accogli, canti le mie mancanze come fossero il più bel fiore
mi ferisce il tuo amore
pepe asperso
nel taglio mancino d’una vena in rivolta.
Non so dire ti amo
natura morta caduta dal cesto
le mie parole stinte al vento d’agosto

son maggese e disumana
eppure son figlia di una donna e di un uomo.

Postato da: Anje a 16:35 | link | commenti (8)

sabato, 13 dicembre 2008





Guardate la plastica nel fuoco
se non ci assomiglia in quel suo contorcersi
senza ritegno
si arriccia senz'osso e quasi nulla
quasi nulla

rimane
una macchia color petrolio
piccola insignificante e secca
come il sangue vecchio che difetta
su abiti nuovi.
Creiamo microcosmi e
ci illudiamo di aver mutato la genetica universale.
Nutriamo relazioni e per benedetti
piccoli momenti
il branco muove in verbo collettivo.

Ci viviamo addosso e ci ospitiamo dentro
l'amore è una scelta, ai piedi del tempo
è l'arte più raffinata
la vetta spiovente di un castello di sabbia

mentre

la solitudine

è la naturale abitudine di chi incontra l' ago
prima del suo ricamo
un tramonto prematuro
che piega al di là di una duna

un sole
nell'Ovest di un seno.

Postato da: Anje a 01:40 | link | commenti (6)

domenica, 07 dicembre 2008

Mi svegliavo con il profumo di caffè che entrava quasi sibilando dallo spiraglio mattutino della mia porta. Piccoli soli di luce albeggiante,  filtrati dalle tapparelle, si schieravano sulla parete in file indiane oblique.
Il primo telegiornale, avrei preferito i cartoni animati. L'elefante Babar soprattutto.
O che fosse ancora notte.
Galletti inzuppati nel latte.
Mio padre compariva sull'uscio della cucina con una giacca e due cravatte tra le mani. Io ne indicavo una e lui la indossava. Mia madre turbinava da una stanza all'altra come se i figli da svegliare fossere dieci e le colazioni da preparare venti.
Ogni mattina era sempre stramaledettamente tardi. Di chi era la colpa? Una testa doveva cadere e, quando il capro espiatorio veniva indicato, mio fratello era regolarmente appena uscito.
La campana suonava alle otto. A dieci alle otto ero ancora in casa.
6 kilometri - in bicicletta - di campi ondulati dai banchi di nebbia rasente le stoppe, poi i primi quartieri cittadini.
Il tabacchino " Saluta la tua cara famiglia"
" Certamente, ma se mi facesse un piacere...loro non sanno che fumo"
Accaldata sotto la giacca, e bagnate le ciglia.
Ero l'unica che abitando così lontano non mollava la bici nemmeno a Gennaio.
6 kilometri non sono tanti se si pedalano per puro piacere ma, nell'arco di quei cinque minuti a disposizione, con i muscoli rattrappiti dal freddo e dal sonno, pesavano quanto un' Odissea.
L' impresa eroica di ogni mattina.
Trovare Antonio, il segretario e vero custode dei segreti scolastici, con la sua prima sigaretta non era un buon segno.
"Forza Marta!! E' tttardi" in quel suo adorabile calabrese.
La porta dell'aula era già chiusa, le ciglia ancora bagnate.
Se mi accoglieva quella di italiano, la catechista che non mi mollava più di sei e mezzo nei temi, filavo dritta dritta dal preside senza passare dal via e senza ritirare le ventimilalire.
Lui si sentiva in dovere di chiedermi spiegazioni così ogni volta me ne dovevo inventare una nuova.
La sveglia rotta, la salita dei garage ghiaggiata, una gomma bucata, un incidente, un prelievo improvviso, il classico vago ma perfetto e rispettoso della privacy, malessere.
La prof. aveva smesso di chiedere. Mi porgeva semplicemente il registro guardandomi con rimprovero da dietro quegli occhialoni maculati e da brava ragazza single, vergine e fedele praticante.
Facevo il minimo indispensabile.
Arrivavo in scivolata sempre e comunque.
E nessuno, già allora, si aspettava da me più di quel poco che potevo
realmente dare.



Postato da: Anje a 01:52 | link | commenti (4)

sabato, 22 novembre 2008

Qualche sera fa ero al D***
All'una han tirato giù le saracinesche ed io sono rimasta dentro a bere bere bere
ancora.
Mi sono seduta sullo sgabello del pianoforte e ti ho scritto per l'ultima volta. Sull'etichetta di una bottiglia vuota dimenticata al tavolo 12.
A. mi ha domandato se poteva portarla a casa per metterla tra le altre mie cose scritte e abbandonate sui banconi del suo locale. Gli ho chiesto se cortesemente poteva gettarla nell'immondizia. Che solo così - forse - ti sarebbe arrivata.


Postato da: Anje a 22:22 | link | commenti (21)