lefleurnoire in A bruciapelo sorge i...
MinaMurray in A bruciapelo sorge i...
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contaminazioni
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emilio vedova
focolai
il mio sebastiano
infezioni
precipizio in due righe
visitato *loading* volte
A bruciapelo sorge il nuovo sole
impallida la notte furibonda
accesa da lucciole d’ansia
devastanti memorie d’estasi.
A bruciapelo il tuo corpo sul mio
in queste notti di schiva pena
tu, nell’insonnia, mutevole Tanit
muti faccia, il fuoco in brina.
A bruciapelo, tu.
A malapena, io.
Non ho bisogno di mangiare, non ho bisogno di respirare
la tua figura...fuoco della mia contemplazione apnea
è linfa grezza e pure pietra lavorata dal sacro
nell’inconsulta bellezza di un caso pieno d’albe
una stretta di mano che non mi spiegò il tuo nome
ma l’indicibile vastità che conteneva
il tuo nome… guanto tessuto dalle lunghezze dei venti
dalla saggezza delle api.
Amarti e odiarti è un gioco tossico senza fine
torrente gelido che vivifica
torrente violento che travolge.
Ti bacio e poi t’insulto
ti cerco e poi ti caccio
amore mio
con la presunzione che tu mi segua
dalle colonne d’Ercole ai lontani mondi sconosciuti
vieni con me, resta con me
a graffiare le porte dell’infinito
da un estremo al suo opposto
un gioco tossico senza fine amarti e odiarti
lasciami al tuo fianco
l’immenso è troppo per un corpo solo.
Non ti possiedo
Non ti pretendo
Tu semplicemente m’appartieni
Ogni giorno annuso il sentiero folle delle mie mani
un volo airone in corse celesti senza ombre
aprono i venti con squarci febbrili
un mosè tra i cieli, criminale in terra
palmi bambini greti secchi negl’inverni estivi
tesi e gentili nelle languide mattine dei tiepidi soli
Parlo coi labbri morsi dai vuoti di conchiglia
le mie mani son la scena madre
di questo volo straziante sull’attimo
che scivola nell’unico eterno concesso
rovinoso tramontare
il sempre di adesso.
DENTRO E FUORI ME
bruciare all’inferno nel paradiso
ingoiare il buio di infinite lune nuove
tessere i tuoi nei in lingue cieche sconosciute
bagnarmi fuori e saettare dentro
E’ questo
accarezzarti dal mento al ventre
dal vento alle fiamme
l'implosione tra le gambe

Tchaikovsky si distende sulle terre ghiacciate
il mantello senza volto della notte
dopo il giorno di congedo
è quel soldato bardato nemico d’inverno
sulla strada del ritorno stanca la gioia
frenesia selvaggia la quiete
ti prendo in pace stagione futura maggio funesto
gli stormi sorvolano dall’altezza del cielo
un presagio oscuro inscritto nel ventre
di un Isacco immolato sulla pietra rovente.
Natale al petrolio, la vita stipata nel borsello
il gallo castrato in saldo al mercato
un galeone fradicio, l’albero maestro senza rotta
e le vele navigano verso lontane
navate aeree senza porte né altari
colombe pazze che dicono dervisci
i corvi son muse sulla spalla
le loro beccate pegni d’amor cortese.
Dici facciamo l’amore al salice piangente
ed io ti sfido a duello, ti sfido adesso.
Fendenti in danza, morirò col sangue al fianco
tracciando ali d’angelo vermiglio nella neve fresca.
Tu m’accogli, canti le mie mancanze come fossero il più bel fiore
mi ferisce il tuo amore
pepe asperso
nel taglio mancino d’una vena in rivolta.
Non so dire ti amo
natura morta caduta dal cesto
le mie parole stinte al vento d’agosto
son maggese e disumana
eppure son figlia di una donna e di un uomo.

Guardate la plastica nel fuoco
se non ci assomiglia in quel suo contorcersi
senza ritegno
si arriccia senz'osso e quasi nulla
quasi nulla
rimane
una macchia color petrolio
piccola insignificante e secca
come il sangue vecchio che difetta
su abiti nuovi.
Creiamo microcosmi e
ci illudiamo di aver mutato la genetica universale.
Nutriamo relazioni e per benedetti
piccoli momenti
il branco muove in verbo collettivo.
Ci viviamo addosso e ci ospitiamo dentro
l'amore è una scelta, ai piedi del tempo
è l'arte più raffinata
la vetta spiovente di un castello di sabbia
mentre
la solitudine
è la naturale abitudine di chi incontra l' ago
prima del suo ricamo
un tramonto prematuro
che piega al di là di una duna
un sole
nell'Ovest di un seno.
Mi svegliavo con il profumo di caffè che entrava quasi sibilando dallo spiraglio mattutino della mia porta. Piccoli soli di luce albeggiante, filtrati dalle tapparelle, si schieravano sulla parete in file indiane oblique.
Il primo telegiornale, avrei preferito i cartoni animati. L'elefante Babar soprattutto.
O che fosse ancora notte.
Galletti inzuppati nel latte.
Mio padre compariva sull'uscio della cucina con una giacca e due cravatte tra le mani. Io ne indicavo una e lui la indossava. Mia madre turbinava da una stanza all'altra come se i figli da svegliare fossere dieci e le colazioni da preparare venti.
Ogni mattina era sempre stramaledettamente tardi. Di chi era la colpa? Una testa doveva cadere e, quando il capro espiatorio veniva indicato, mio fratello era regolarmente appena uscito.
La campana suonava alle otto. A dieci alle otto ero ancora in casa.
6 kilometri - in bicicletta - di campi ondulati dai banchi di nebbia rasente le stoppe, poi i primi quartieri cittadini.
Il tabacchino " Saluta la tua cara famiglia"
" Certamente, ma se mi facesse un piacere...loro non sanno che fumo"
Accaldata sotto la giacca, e bagnate le ciglia.
Ero l'unica che abitando così lontano non mollava la bici nemmeno a Gennaio.
6 kilometri non sono tanti se si pedalano per puro piacere ma, nell'arco di quei cinque minuti a disposizione, con i muscoli rattrappiti dal freddo e dal sonno, pesavano quanto un' Odissea.
L' impresa eroica di ogni mattina.
Trovare Antonio, il segretario e vero custode dei segreti scolastici, con la sua prima sigaretta non era un buon segno.
"Forza Marta!! E' tttardi" in quel suo adorabile calabrese.
La porta dell'aula era già chiusa, le ciglia ancora bagnate.
Se mi accoglieva quella di italiano, la catechista che non mi mollava più di sei e mezzo nei temi, filavo dritta dritta dal preside senza passare dal via e senza ritirare le ventimilalire.
Lui si sentiva in dovere di chiedermi spiegazioni così ogni volta me ne dovevo inventare una nuova.
La sveglia rotta, la salita dei garage ghiaggiata, una gomma bucata, un incidente, un prelievo improvviso, il classico vago ma perfetto e rispettoso della privacy, malessere.
La prof. aveva smesso di chiedere. Mi porgeva semplicemente il registro guardandomi con rimprovero da dietro quegli occhialoni maculati e da brava ragazza single, vergine e fedele praticante.
Facevo il minimo indispensabile.
Arrivavo in scivolata sempre e comunque.
E nessuno, già allora, si aspettava da me più di quel poco che potevo realmente dare.
Qualche sera fa ero al D***
All'una han tirato giù le saracinesche ed io sono rimasta dentro a bere bere bere
ancora.
Mi sono seduta sullo sgabello del pianoforte e ti ho scritto per l'ultima volta. Sull'etichetta di una bottiglia vuota dimenticata al tavolo 12.
A. mi ha domandato se poteva portarla a casa per metterla tra le altre mie cose scritte e abbandonate sui banconi del suo locale. Gli ho chiesto se cortesemente poteva gettarla nell'immondizia. Che solo così - forse - ti sarebbe arrivata.